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	<title>2004 - Cronologia</title>
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		<title>Ariele Berveglieri: /* Michel Chion */</title>
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		<updated>2025-06-09T07:47:27Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;autocomment&quot;&gt;Michel Chion&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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Michel Chion si è formato alla scuola della musica concreta di Pierre Schaeffer, a Parigi, negli anni immediatamente successivi al &quot;maggio francese&quot;: anni densi di stimoli, di provocazioni intellettuali, di tentativi di dialoghi sociali e culturali prima impensabili. Musica concreta, musica che esiste solo &quot;fissata su supporto&quot;, registrata. Acusmatica, secondo un termine che Chion più tardi applicherà alla voce (di cui non vediamo la fonte) nel cinema. Musica che considera i suoni come oggetti da modellare, oggetti concreti quindi, siano essi il brano di una sinfonia classica o uno dei tanti rumori della vita quotidiana. Questa formazione - che ne farà in seguito, e tuttora, un raffinato compositore - influisce beneficamente sul suo approccio, consapevole e competente, alle diverse problematiche dell&#039;audio-visione. lo studio delle configurazioni della voce nel cinema; e poi del suono in generale; e della parola; fino alla &quot;summa&quot; di tutte queste ricerche, col fondamentale testo L&#039;audiovisione. Suono e immagine nel cinema, una sorta di mappa del rapporto suono immagine che, partendo dalla constatazione che &quot;non si sente la stessa cosa quando si vede; non si vede la stessa cosa quando si sente&quot; va a stanare e a definire l&#039;estesissima gamma di possibilità di relazioni fra la parte visiva del film e la parte sonora del film (Chion è contrario all&#039;uso del termine &quot;colonna sonora&quot;, allo stesso tempo troppo generico e troppo riduttivo, ma soprattutto viziato dall&#039;idea di una possibile separatezza e autonomia del suono rispetto all&#039;immagine e viceversa). Come musicista, Chion tiene a ribadire con grande fermezza la distanza che corre fra la scuola di Schaeffer e le provocazioni performative del &quot;Fluxus&quot;, la teoriuazione dell&#039;effimero e dell&#039;opera aperta, anche l&#039;eredità dei futuristi-rumoristi. C&#039;è infatti nel suo approccio una impostazione classica (si pensi alla rivisitazione del Requiem, della Messa in latino), l&#039;idea di costruzione di opere concluse e che aspirano alla durata, assolutamente non effimere; inserite nel contesto delle poetiche e dalle ricerche delle avanguardie musicali del Novecento, spesso mescolate felicemente con la classicità. Un&#039;aspirazione di Chion musicista e cineasta è l&#039;intelligenza del nuovo intrecciata alla capacità di suscitare emozioni, lucidità e pietas, distanza e vicinanza. Così, nel rivisitare oggi il rituale antico della Messa, compone nel video La Messe de terre un affresco potente della vita dell&#039;uomo sul pianeta: una messa terrena, di terra appunto, fatta di transiti e incroci, di suoni mescolati, musiche, lingue antiche e moderne; e nel presentare il video al pubblico lo trasforma in una performance dal vivo, alterando o amplificando i suoni, aggiungendo interventi vocali. Questa libertà compositiva ispirata sempre a una &quot;classicità moderna&quot; permea anche l&#039;approccio di Chion allo studio del cinema. Oltre ai libri specificamente incentrati sul rapporto suono-immagine, Chion ha dedicato importanti monografie a Lynch, Tati, Kubrick, alla sceneggiatura, ai mestieri e alle tecniche del cinema. Ma la sua bibliografia è ricchissima anche di interventi su riviste (fra cui la preziosa &quot;Bref&#039;) o in volumi collettivi e cataloghi da cui scaturisce una curiosità e una passione profonda per tutto il cinema, così come per le forme nuove che il cinema va assumendo. Chion riesce ad amare contemporaneamente gli Straub e Titanic, Sergio Leone, Visconti, Chaplin, Fellini e Antonioni, La vita è bella, Hitchcock e Bresson ..... Sulla scia della &quot;politica degli autori&quot; dei Cahiers, e anche oltre, ama un cinema saggistico, di ricerca, come ama un cinema spettacolare e che sa commuovere, e le sue lezioni e conferenze sono straordinarie per questa capacità di spaziare, attraverso l&#039;audiovisione, nella storia del cinema come un corpus unico e toccante. Chion è severo, casomai, verso le avanguardie autoreferenziali, concettuali e aride, che snobbano il cinema hollywoodiano da cui avrebbero tanto da imparare per quanto riguarda un uso avanzato, ricco, del tessuto sonoro .... e arriva anche a dire che in fondo le tanto celebrate nouvelles vagues (a parte Godard, che è sempre &quot;a parte&quot;) non hanno innovato granché sul piano sonoro, con tutto quel parlare ... Anche la videoarte non viene risparmiata, salvo rarissimi casi: avanzata nell&#039;elaborazione dell&#039;immagine, ma pigra e arretrata nella ricerca sonora. Ricordiamo che Chion ha contribuito ad alcune delle &quot;concezioni sonore&quot; più riuscite di videoartisti come Robert Cahen, con cui lavora da decenni in stretta collaborazione; e ha fortemente influito su autori come Francisco Ruiz de Infante e Ermeline Le Mézo. Ha realizzato anche un brevissimo video ispirato a una poesia di Goethe: un mini-trattato delle sue teorie sull&#039;audio-logo-visione. Da musicista e studioso del suono (anche in generale, come nel suo libro Le son, vero e proprio trattato interdisciplinare, con molti riferimenti letterari) guarda con curiosità ai fenomeni attuali, come l&#039;introduzione del dolby stereo nelle sale, che consente una nuova dimensione acustica e la rivalutazione del rumore (&quot;il cinema sonoro comincia ora&quot;); o la videomusica, i videogiochi, l&#039;animazione al computer, la stessa sonorità instaurata dall&#039;uso dell&#039;elaboratore. Pensatore e autore libero da preconcetti e schemi Chion attinge per la propria riflessione e la propria opera alla vita quotidiana, alle più diverse letture, alla poesia, all&#039;attualità, alla memoria, allo sterminato e appassionante paesaggio dell&#039;arte e della letteratura, ma anche a una precisa e lucida conoscenza del funzionamento della &quot;macchina cinema&quot; , alle sue componenti - altrettanto affascinanti - fisiche, materiali, concrete, insieme artificiali e naturali.&lt;/ins&gt;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
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		<author><name>Ariele Berveglieri</name></author>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;&lt;span class=&quot;autocomment&quot;&gt;L&amp;#039;invenzione di Morel&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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Quando meno se lo aspetta, le sue orecchie sono sfiorate da un motivo musicale, un ballabile, proveniente dal luogo da cui si era allontanato. E gli capita anche di distinguere, a distanza, alcune coppie che danzano allacciate. è una allucinazione provocata dalla stanchezza e dal deperimento delle energie fisiche? O le apparizioni non sono che esseri in carne e ossa abbigliati secondo la moda della fine degli anni venti e chissà come sperdute in una landa tutta sterpi e rocce? Novello Robinson, il rifugiato cerca di saperne di più e avvicinatosi alla comitiva ne ritaglia una componente, la fredda e stilizzata Faustine, dalla cui venustà è preso. Inutili saranno i suoi tentativi di approccio: la donna, passeggi da sola, si accompagni al petulante corteggiatore Morel o a qualcuno della congrega, si comporta come se dinanzi ai suoi occhi non fosse comparsa un&#039;altra persona. È un mistero, e per decifrarlo non varrà neppure mescolarsi a questi convi tati che non hanno alcuna percezione all&#039;infuori della loro cerchia. L&#039;arcano, tuttavia, sarà violato dall&#039;anfitrione del gruppo, il professor Morel, uno scienziato che parteggia per le teorie malthusiane e spiega ai suoi amici di qual incantesimo si tratta: è che Faustine, e la corte riunita, con la specie umana non hanno nulla più da spartire. Morel li aveva convocati in questo posto inaccessibile per sottoporli alla fase superiore di un esperimento. Grazie ad alcuni prodigiosi macchinari essi sono stati fotografati e fissati in un archivio mnemonico che li riproietta all&#039;infinito tridimensionalmente. Faustine e i suoi compagni sono immagini del passato che invece di rianimarsi su una parete bianca tornano prowisoriamente nella vita. Morel, però. registrandoli li ha scissi dai propri trascorsi e dal proprio futuro e li ha costretti entro uno spazio e un tempo circoscritti. Ognuno rivive le parole dette, i sentimenti, le azioni compiute nella settimana in cui Morel li ha fermati per sempre. Gli ospiti di Morel hanno guadagnato l&#039;immortalità, ma scontato la condanna a ripetersi, non diversamente da un disco che riprenda a suonare la stessa musica dopo aver esaurito le due facciate. E c&#039;è di più. La chiarificazione di Morel, che lacera l&#039;enigma, essa medesima è parte di una catena di eventi incisi e anche il palazzo popolato da Fausti ne e dagli altri della congrega mondana è un prodotto dei macchinari di Morel. Pazzamente innamorato di Faustine e, nel suo invaghimento, non meno infelice del professor Morel, il nostro Robinson è tentato di cambiar condizione e si avvede che l&#039;accesso all&#039;eternità abbrevia il tragitto verso la decomposizione fisiologica e la morte. Ormai non v&#039;è scampo. Questa, in breve, la trama di L&#039;invenzione di Morel, il romanzo di Adolfo Bioy Casares, lo scrittore argentino, da cui l&#039;esordiente Emidio Greco ha estratto l&#039;omonimo film che ha rappresentato l&#039;italia in una delle molte sezioni in cui si suddivide il festival di Cannes. Il libro di Casares, giunto da noi con l&#039;autorevole avvallo di Jorge Luis Borges, è di quei testi che sembrano allettanti ai fini di una eventuale versione cinematografica, ma pongono problemi. Il primo ostacolo che presenta è costituito da un racconto soggettivo, brulicante di incubi e di monologhi interiori, la cui suggestione viene dalla circostanza che s&#039;insinuano nella mente del protagonista più che avere una plastica corposità. Viceversa, il linguaggio cinematografico, ancora sottomesso a una ricezione di tipo naturalistico, conferisce uno spessore all&#039;immateriale e drammatizza in una forma plateale le ombre, i fantasmi, le ansie, le tribolazioni, i dilemmi, le paure della coscienza. Se a questa barriera generalmente invalicata si aggiunge che, per necessità spettacolari, il cinema traduce la soggettività in oggettività, il tranello di un descrittivismo che banalizza e impoverisce le vibrazioni della pagina scritta è difficilmente evitabile. Il pericolo che la sintassi della suspense abbia una tronfia, esteriore e risonante rivalsa deriva da un procedimento di trasformazione che non avviene senza colpo ferire. Premessi questi trabocchetti, c&#039;è da constatare che Emidio Greco si è ingegnato con lode a travasare in un film una pièce letteraria fra le più ardue in quanto vi si svolge una immaginazione ragionata, il cui senso si offre a molteplici interpretazioni. Contrariamente a chi contesta che il libro di Casares e il film di Greco non abbiano altro valore ravvisabile se non nel governo di una pura fantasticheria, e siano perciò alieni da alcun intendimento metaforico, noi siamo propensi a leggervi una meditazione a doppio fondo. Accantonando, insieme con Casares e con Greco, il particolare che Morel è un seguace di Malthus e delle sue tesi, due elementi si impongono. L&#039;invenzione del professore è la metafora di una civiltà che, in virtù della cinematografia, della fotografia, della Tv e dell&#039;elettronica memorizza milioni di testimonianze da trasmettere ai posteri. Perché fermarsi a imprigionare le immagini in rettangoli di carta o in pizze di pellicola o in nastri magnetici, quando basterebbe evolvere lo stesso processo di riproduzione per ottenere tangibili prove di quel che andrà ad accrescere il bagaglio dell&#039;esperienza consumata? Ma Casares e Greco non sollevano soltanto una ipotesi futuribile e sono risucchiati in una speculazione parafilosofica che involge l&#039;anelito a vincere la finitezza umana. E&#039; una illusione, ci ammonisce la favola, poiché il miracolo tecnologico di Morel assicura il viatico alla perpetua sopravvivenza, ma previa la reiterazione degli istanti e dei momenti captati dai registratori. E non differentemente che nelle credenze di taluni popoli primitivi, l&#039;archiviazione visuale di Morel corrisponde all&#039;orrore sentito per la macchina fotografica cui si addebita di spogliare i suoi soggetti dell&#039;anima mentre li avvia a morire. Non c&#039;è sviluppo nella riproducibilità dei progetti di Morel e, a essere annullati, sono l&#039;ieri e il domani: sussiste soltanto il presente, sospeso in un limbo, con speranze, aspirazioni, gioie, attimi di felicità immobilizzati. A voler forzare il significato del film si potrebbero intravedere anche allusioni a una società fatua che si morde la coda nella sua indifferenza ed estraneità ai travagli del mondo; ma a noi pare che più congrua sia una lettura che non si allontani troppo dalle leve afferrabili. Dare una realtà permanente alla fantasia sentimentale è il rovello di Casares e di Greco, che approda a una rotatoria, tremenda per coloro che assistono alla ronde ma non sgradita ai protagonisti. Film che sarebbe un errore prospettico omologare ai tradizionali filoni della fantascienza, L&#039;invenzione di Morel è un prodotto insolito nel panorama del cinema italiano. Accurato nella messa in scena, nella scelta dei costumi e degli ambienti, che evocano uno scorcio del decennio ruggente in procinto di estinguersi, patisce di difetti non attribuibili alla regia ma all&#039;obiettiva difficoltà di trasferire sullo schermo una materia che ha molto da perdere nell&#039;assumere contorni provvisti di una propria concretezza. Gli dona la presenza quasi silente di Anna Karina, una Faustine incantevole che conquista con ogni suo sguardo e con la sua fotogenia; ma non giovano alla pienezza del risultato complessivo gli altri attori, scarsamente plausibili a causa dell&#039;aria filodrammatica di cui non riescono a sgravarsi. Né Giulio Brogi, costretto a esprimere il suo turbamento arrancando sui sentieri impervi e correndo in salita e in discesa, tiene testa alla sua partner nel raffronto.&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class=&quot;diff-marker&quot; data-marker=&quot;+&quot;&gt;&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;color: #202122; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #a3d3ff; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;Un uomo che ha un conto aperto con le autorità del suo paese è in fuga e a bordo di una barca sbattuta dalle onde attracca in un&#039;isola deserta. [sic] su scogliere e costoni: davanti gli si para un edificio a prima vista indefinibile, a metà tra un grande albergo abbandonato e un laboratorio. Incuriosito, lo esplora e scorgendovi tracce di una dimora che fu ospita le e adesso è coperta di polvere, torna all&#039;aria aperta a cercare radici di cui cibarsi e protezione al riparo di madre natura. Quando meno se lo aspetta, le sue orecchie sono sfiorate da un motivo musicale, un ballabile, proveniente dal luogo da cui si era allontanato. E gli capita anche di distinguere, a distanza, alcune coppie che danzano allacciate. è una allucinazione provocata dalla stanchezza e dal deperimento delle energie fisiche? O le apparizioni non sono che esseri in carne e ossa abbigliati secondo la moda della fine degli anni venti e chissà come sperdute in una landa tutta sterpi e rocce? Novello Robinson, il rifugiato cerca di saperne di più e avvicinatosi alla comitiva ne ritaglia una componente, la fredda e stilizzata Faustine, dalla cui venustà è preso. Inutili saranno i suoi tentativi di approccio: la donna, passeggi da sola, si accompagni al petulante corteggiatore Morel o a qualcuno della congrega, si comporta come se dinanzi ai suoi occhi non fosse comparsa un&#039;altra persona. È un mistero, e per decifrarlo non varrà neppure mescolarsi a questi convi tati che non hanno alcuna percezione all&#039;infuori della loro cerchia. L&#039;arcano, tuttavia, sarà violato dall&#039;anfitrione del gruppo, il professor Morel, uno scienziato che parteggia per le teorie malthusiane e spiega ai suoi amici di qual incantesimo si tratta: è che Faustine, e la corte riunita, con la specie umana non hanno nulla più da spartire. Morel li aveva convocati in questo posto inaccessibile per sottoporli alla fase superiore di un esperimento. Grazie ad alcuni prodigiosi macchinari essi sono stati fotografati e fissati in un archivio mnemonico che li riproietta all&#039;infinito tridimensionalmente. Faustine e i suoi compagni sono immagini del passato che invece di rianimarsi su una parete bianca tornano prowisoriamente nella vita. Morel, però. registrandoli li ha scissi dai propri trascorsi e dal proprio futuro e li ha costretti entro uno spazio e un tempo circoscritti. Ognuno rivive le parole dette, i sentimenti, le azioni compiute nella settimana in cui Morel li ha fermati per sempre. Gli ospiti di Morel hanno guadagnato l&#039;immortalità, ma scontato la condanna a ripetersi, non diversamente da un disco che riprenda a suonare la stessa musica dopo aver esaurito le due facciate. E c&#039;è di più. La chiarificazione di Morel, che lacera l&#039;enigma, essa medesima è parte di una catena di eventi incisi e anche il palazzo popolato da Fausti ne e dagli altri della congrega mondana è un prodotto dei macchinari di Morel. Pazzamente innamorato di Faustine e, nel suo invaghimento, non meno infelice del professor Morel, il nostro Robinson è tentato di cambiar condizione e si avvede che l&#039;accesso all&#039;eternità abbrevia il tragitto verso la decomposizione fisiologica e la morte. Ormai non v&#039;è scampo. Questa, in breve, la trama di L&#039;invenzione di Morel, il romanzo di Adolfo Bioy Casares, lo scrittore argentino, da cui l&#039;esordiente Emidio Greco ha estratto l&#039;omonimo film che ha rappresentato l&#039;italia in una delle molte sezioni in cui si suddivide il festival di Cannes. Il libro di Casares, giunto da noi con l&#039;autorevole avvallo di Jorge Luis Borges, è di quei testi che sembrano allettanti ai fini di una eventuale versione cinematografica, ma pongono problemi. Il primo ostacolo che presenta è costituito da un racconto soggettivo, brulicante di incubi e di monologhi interiori, la cui suggestione viene dalla circostanza che s&#039;insinuano nella mente del protagonista più che avere una plastica corposità. Viceversa, il linguaggio cinematografico, ancora sottomesso a una ricezione di tipo naturalistico, conferisce uno spessore all&#039;immateriale e drammatizza in una forma plateale le ombre, i fantasmi, le ansie, le tribolazioni, i dilemmi, le paure della coscienza. Se a questa barriera generalmente invalicata si aggiunge che, per necessità spettacolari, il cinema traduce la soggettività in oggettività, il tranello di un descrittivismo che banalizza e impoverisce le vibrazioni della pagina scritta è difficilmente evitabile. Il pericolo che la sintassi della suspense abbia una tronfia, esteriore e risonante rivalsa deriva da un procedimento di trasformazione che non avviene senza colpo ferire. Premessi questi trabocchetti, c&#039;è da constatare che Emidio Greco si è ingegnato con lode a travasare in un film una pièce letteraria fra le più ardue in quanto vi si svolge una immaginazione ragionata, il cui senso si offre a molteplici interpretazioni. Contrariamente a chi contesta che il libro di Casares e il film di Greco non abbiano altro valore ravvisabile se non nel governo di una pura fantasticheria, e siano perciò alieni da alcun intendimento metaforico, noi siamo propensi a leggervi una meditazione a doppio fondo. Accantonando, insieme con Casares e con Greco, il particolare che Morel è un seguace di Malthus e delle sue tesi, due elementi si impongono. L&#039;invenzione del professore è la metafora di una civiltà che, in virtù della cinematografia, della fotografia, della Tv e dell&#039;elettronica memorizza milioni di testimonianze da trasmettere ai posteri. Perché fermarsi a imprigionare le immagini in rettangoli di carta o in pizze di pellicola o in nastri magnetici, quando basterebbe evolvere lo stesso processo di riproduzione per ottenere tangibili prove di quel che andrà ad accrescere il bagaglio dell&#039;esperienza consumata? 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		<author><name>Cranio is thinking</name></author>
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		<title>Ariele Berveglieri: /* La virtù del gorilla */</title>
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Ancora allievo del Centro Sperimentale nell&amp;#039;aprile maggio del&amp;#039;66, gira per la RAI, per la rubrica Cordialmente, il suo primo servizio, un &amp;quot;pezzo&amp;quot; sui costumi da bagno. Lavora per la RAI fino al 1984 con un&amp;#039;interruzione di quattro anni, 1970-74, impiegati per riuscire a realizzare il film di debutto, L&amp;#039;invenzione di Morel. È autore di numerosi programmi culturali, documentari e inchieste per la televisione, come: Da una guerra all&amp;#039;altra (1967 /77): sei ore sui rapporti tra economia e politica tra le due guerre; Madame Bovary sono io: una biografia di Flaubert (1977); Niente da vedere, niente da nascondere: documentario sull&amp;#039;artista e amico fraterno Alighiero Boetti; L&amp;#039;Italia del boom: programma in tre ore che vince il premio Saint Vincent per la migliore inchiesta televisiva (1979). Nel 1979-80 è ideatore e curatore di Uomini e idee del &amp;#039;900: una serie culturale di 14 puntate, di una delle quali, Nel labirinto di Borges, è anche regista. Debutta nel lungometraggio a soggetto nel 1974 con L&amp;#039;invenzione di More/, dal romanzo di Adolfo Bioy Casares. Il film partecipa al Festival di Cannes nella &amp;quot;Quinzaine des realisateurs&amp;quot; e a numerosi altri festival. Per due anni (1975-76) viene proiettato quotidianamente in 9 musei d&amp;#039;arte moderna tra i più importanti d&amp;#039;Europa nell&amp;#039;ambito della mostra &amp;quot;Le macchine celibi&amp;quot;. Il secondo film è Ehrengard (1982), dal romanzo omonimo di Karen Blixen, presentato alla Mostra di Venezia &amp;#039;82. L&amp;#039;anno successivo ottiene il premio Cinema e Società per il miglior film tratto da opera lettera ria. Non viene distribuito perché la Gaumont Italia che l&amp;#039;aveva acquistato fallisce. In seguito avrà una distribuzione indipendente del tutto marginale. Terzo lungometraggio è Un caso d&amp;#039;incosdenza, soggetto originale dell&amp;#039;autore. Presentato a Venezia nel 1984, nella sezione Film per la tv, riceve ottime critiche e viene richiesto in distribuzione da diverse società, ma la RAI rifiuta di darlo in distribuzione e lo manda in onda a metà luglio in seconda serata. Solo qualche anno dopo la Mikado riuscirà ad averlo nel proprio listino. Realizza due programmi culturali per la televisione della Svizzera italiana: Vivere un&amp;#039;altra vita (1988), una riflessione sulla &amp;quot;crisi delle convenzioni cinematografiche&amp;quot;, e Contrabbando d&amp;#039;idee (1989), sul &amp;quot;cinema di metafora&amp;quot;. Del 1991 è Una storia semplice, dal romanzo omonimo di Leonardo Sciascia. Il film viene presentato in concorso alla Mostra di Venezia e riceve il Leone d&amp;#039;Oro per l&amp;#039;interpretazione di Gianmaria Volonté. Proiettato in diversi festival ottiene premi e riconoscimenti tra cui: Grolla d&amp;#039;Oro per l&amp;#039;interpretazione a Gianmaria Volonté, Ennio Fantastichini, Ricky Tognazzi, Massimo Dapporto e Massimo Ghini; Nastro d&amp;#039;argento per la sceneggiatura; Globo d&amp;#039;Oro per la sceneggiatura e la musica; primo premio Antigone d&amp;#039;oro al Festival di Montpellier (1992). Nel 1998 gira Milonga, uscito nel &amp;#039;99, distribuito dalla Medusa. Presentato in diversi festival, ha avuto il &amp;quot;Globo d&amp;#039;oro&amp;quot; per l&amp;#039;interpretazione di Giancarlo Giannini. Nel 2001-2002 realizza Il Consiglio d&amp;#039;Egitto. In concorso al festival di Montreal. il film viene proiettato in diversi altri festival nazionali e internazionali. &amp;quot;Globo d&amp;#039;oro&amp;quot; della Presidenza al film; &amp;quot;Globo d&amp;#039;oro&amp;quot; per la musica; menzione speciale del &amp;quot;Globo d&amp;#039;oro&amp;quot; a Silvio Orlando; &amp;quot;Nastro d&amp;#039;argento&amp;quot; per la scenografia; &amp;quot;Capitello d&amp;#039;oro&amp;quot; (miglior film) al &amp;quot;Sannio film festival&amp;quot;.  &lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;td class=&quot;diff-marker&quot;&gt;&lt;/td&gt;&lt;td style=&quot;background-color: #f8f9fa; color: #202122; font-size: 88%; border-style: solid; border-width: 1px 1px 1px 4px; border-radius: 0.33em; border-color: #eaecf0; vertical-align: top; white-space: pre-wrap;&quot;&gt;&lt;div&gt;Emidio Greco nasce il 20 ottobre 1938 a Leporano (Taranto). Compie gli studi a Torino dove la famiglia si trasferisce nel 1952. Da ragazzo si interessa di teatro e pensa più alla regia teatrale che a quella cinematografica. Cambia idea e si converte definitivamente al cinema dopo aver ascoltato (intorno ai 18-19 anni) alcune conferenze di Mario Gromo, critico cinematografico de La Stampa. Si diploma in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma alla fine di giugno 1966 con un saggio d&amp;#039;esame di 27 minuti: Uno, due e tre. Al Centro Sperimentale insegna regia dal novembre 1968, prima in sostituzione di Nanni Loy e in seguito per incarico ricevuto. Ancora allievo del Centro Sperimentale nell&amp;#039;aprile maggio del&amp;#039;66, gira per la RAI, per la rubrica Cordialmente, il suo primo servizio, un &amp;quot;pezzo&amp;quot; sui costumi da bagno. Lavora per la RAI fino al 1984 con un&amp;#039;interruzione di quattro anni, 1970-74, impiegati per riuscire a realizzare il film di debutto, L&amp;#039;invenzione di Morel. È autore di numerosi programmi culturali, documentari e inchieste per la televisione, come: Da una guerra all&amp;#039;altra (1967 /77): sei ore sui rapporti tra economia e politica tra le due guerre; Madame Bovary sono io: una biografia di Flaubert (1977); Niente da vedere, niente da nascondere: documentario sull&amp;#039;artista e amico fraterno Alighiero Boetti; L&amp;#039;Italia del boom: programma in tre ore che vince il premio Saint Vincent per la migliore inchiesta televisiva (1979). Nel 1979-80 è ideatore e curatore di Uomini e idee del &amp;#039;900: una serie culturale di 14 puntate, di una delle quali, Nel labirinto di Borges, è anche regista. Debutta nel lungometraggio a soggetto nel 1974 con L&amp;#039;invenzione di More/, dal romanzo di Adolfo Bioy Casares. Il film partecipa al Festival di Cannes nella &amp;quot;Quinzaine des realisateurs&amp;quot; e a numerosi altri festival. Per due anni (1975-76) viene proiettato quotidianamente in 9 musei d&amp;#039;arte moderna tra i più importanti d&amp;#039;Europa nell&amp;#039;ambito della mostra &amp;quot;Le macchine celibi&amp;quot;. Il secondo film è Ehrengard (1982), dal romanzo omonimo di Karen Blixen, presentato alla Mostra di Venezia &amp;#039;82. L&amp;#039;anno successivo ottiene il premio Cinema e Società per il miglior film tratto da opera lettera ria. Non viene distribuito perché la Gaumont Italia che l&amp;#039;aveva acquistato fallisce. In seguito avrà una distribuzione indipendente del tutto marginale. Terzo lungometraggio è Un caso d&amp;#039;incosdenza, soggetto originale dell&amp;#039;autore. Presentato a Venezia nel 1984, nella sezione Film per la tv, riceve ottime critiche e viene richiesto in distribuzione da diverse società, ma la RAI rifiuta di darlo in distribuzione e lo manda in onda a metà luglio in seconda serata. Solo qualche anno dopo la Mikado riuscirà ad averlo nel proprio listino. Realizza due programmi culturali per la televisione della Svizzera italiana: Vivere un&amp;#039;altra vita (1988), una riflessione sulla &amp;quot;crisi delle convenzioni cinematografiche&amp;quot;, e Contrabbando d&amp;#039;idee (1989), sul &amp;quot;cinema di metafora&amp;quot;. Del 1991 è Una storia semplice, dal romanzo omonimo di Leonardo Sciascia. Il film viene presentato in concorso alla Mostra di Venezia e riceve il Leone d&amp;#039;Oro per l&amp;#039;interpretazione di Gianmaria Volonté. Proiettato in diversi festival ottiene premi e riconoscimenti tra cui: Grolla d&amp;#039;Oro per l&amp;#039;interpretazione a Gianmaria Volonté, Ennio Fantastichini, Ricky Tognazzi, Massimo Dapporto e Massimo Ghini; Nastro d&amp;#039;argento per la sceneggiatura; Globo d&amp;#039;Oro per la sceneggiatura e la musica; primo premio Antigone d&amp;#039;oro al Festival di Montpellier (1992). Nel 1998 gira Milonga, uscito nel &amp;#039;99, distribuito dalla Medusa. Presentato in diversi festival, ha avuto il &amp;quot;Globo d&amp;#039;oro&amp;quot; per l&amp;#039;interpretazione di Giancarlo Giannini. Nel 2001-2002 realizza Il Consiglio d&amp;#039;Egitto. In concorso al festival di Montreal. il film viene proiettato in diversi altri festival nazionali e internazionali. &amp;quot;Globo d&amp;#039;oro&amp;quot; della Presidenza al film; &amp;quot;Globo d&amp;#039;oro&amp;quot; per la musica; menzione speciale del &amp;quot;Globo d&amp;#039;oro&amp;quot; a Silvio Orlando; &amp;quot;Nastro d&amp;#039;argento&amp;quot; per la scenografia; &amp;quot;Capitello d&amp;#039;oro&amp;quot; (miglior film) al &amp;quot;Sannio film festival&amp;quot;.  &lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
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Un po&#039; alla volta, ecco, l&#039;anima infusa in quelle immagini surretizie comincia a fuggirne, a morire, mentre l&#039;assurda giostra dei fantasmi continua a proiettarsi, oramai sterile, su uno spazio (...) dal tempo ma intatto ed intangibile. Per rompere l&#039;incantesimo, il protagonista dell&#039;Invenzione di Morel ( opera prima del regista Emidio Greco, dall&#039;omonimo romanzo di Bioy Casares insigne sodale di Borges) manda in frantumi il complicato meccanismo che, ad insaputa degl&#039;interessati, ha fissato memorizzato per sempre, nel lontano 1929, la vacanza di gruppo di amici, convenuti nell&#039;isola di Morel per tracorrervi una settimana d&#039;ozio e di svago. Sull&#039;isola Morel ha edificato una villa-museo, dove l&#039;arte e il razionalismo si disputano le ceneri di un gusto, già co dificato da Mallet-Stevens. E&#039; un ambiente gelido che fa pensare al Mabuse di Lang e all&#039;Argent di L&#039;Herbier: marmi verdi e seggioline funzionali, grandi lampadari saturnini ed ampie superfici convesse in vetrocemento - levigato e sinistro reperto di un&#039;epoca viziosa, presaga e insieme ignara della crisi che sta per annientarla. Nei sotterranei della costruzione c&#039;è, appunto, il macchinario di Morel: grazie al quale, e secondo le maree, i fantasmi dei giovani gaudenti, dissipati e fitzgeraldiani, rinnovano in perpetuo gli atti le parole i comportamenti di quella settimana (allo spirar della quale, gl&#039;involontari protagonisti dell&#039;esperimento erano tornati in patria per morirvi, svuotati e disseccati dal perfido congegno che aveva catturato il simulacro delle loro sembianze). Adesso - 1974 - un naufrago, forse un perseguitato politico, approda casualmente all&#039;isola. Vaga per gli ambulacri della villa, si familiarizza a grado a grado con quegli strani dandies che lo guardano senza vederlo, scopre infine il segreto di Morel: Morel che, per amore di Faustine, sognò un giorno di vincere il Tempo consegnandosi ad esso con lei. Anche il naufrago s&#039;infatua di Faustine; ma Faustine, ma gli amici di Morel non hanno anima, &quot;vivono&quot; fuori della storia e della consapevolezza di sé: bisogna dunque distruggerne il seme perverso, esorcizzare i lemuri, metter fine a uno spettacolo illusivo per tornare ad esprimere, col cinema, lo spettacolo illusivo per tornare ad esprimere, col cinema, lo spettacolo in quanto verità. Addio alle voci dei cantanti &quot;crooner&quot; diffuse dai vecchi grammofoni, addio alle danze intorno la piscina sotto la luce dorata dell&#039;obliquo crepuscolo o la tepida pioggia autunnale, addio alle cene in vestito da sera, alla blanda lettura delle riviste, addio alle passeggiate nel vento, a picco sul mare venato di rèfole. Greco resuscita ed evoca i suoi magici Finzi-Contini con un sentimento d&#039;ambigua ripulsa, d&#039;ambigua tenerezza. Quel &#039;29 non era poi tanto male, anzi era dannatamente affascinante, tra la fredda geometria delle sue architetture e il morbido tepore dei suoi figurini di moda, quei gilé, quelle gonne, quei foulards. Quell&#039;essere &quot;belli e dannati&quot;, ma in abito da tennis: come silhouettes in controluce. Attente panoramiche, fondues, perfino dissolvenze incrociate: la compagine linguistica è antiquata, si tratta invece di una scelta rigorosa. Certo !.:&#039;invenzione di Morel non sarebbe pensabile senza il Resnais di Marienbad. Ciò che infatti è più commovente, in questo film-oggetto, è l&#039;assoluta mancanza di commozione (e peccato che Giulio Brogi - il naufrago - ceda qua e là alle lusinghe del naturalismo). Dalle inquadrature si sprigiona un acre sentore di celluloide, anche le scenografie hanno l&#039;impropria eloquenza del cinema muto, quando si parlava - o si sparlava - di &quot;materiale plastico&quot;. Duri, esatti nei loro contorni, i soprammobili gli arredi i paralumi corroborano il teorema di Bioy Casares con opaca e inflessibile iattanza. Nella loro scontrosa concretezza gli spessori, autentici e &quot;riprodotti&quot;, non sono poi tanto diversi gli uni dagli altri. Per cui la dimensione immaginaria prevarica quella reale, ad onta della resistenza che, alla prima, oppongono le cose. Sulle quali la polvere degli anni depone un velo tenue, che subito svanisce a contatto con gl&#039;inganni del verosimile: agli ectoplasmi non bisognano piumini. In un debutto così patinato e ambizioso non si vorrebbero, né smagliature, né scadimenti. Ottimo quand&#039;è ripreso a distanza, il gruppo degli amici di Morel non ci guadagna ad essere visto da vicino. Piccole incertezze, marginali goffaggini bastano a far precipitare dal loro astratto e peculiare basamento queste statue pigramente immortali. Come appunto in Marienbad, non esistono qui generici e comparse, ma alte presenze oniriche, emblemi di un tempo perduto, ritrovato, perduto. A suo agio con le nature morte, Greco non lo è altrettanto con gli intepreti, specie quelli di contorno. Del resto l&#039;imbarazzo è, a ben guardare, una delle componenti dello snobismo. Non si dà vero snobismo senza le remore, le ritrosie, le insofferenze della timidezza. A meno che, questo dell&#039;incerto dominio sugli attori, sia lo scotto pagato dal regista a una naturale acerbità. Come una tunica grave e leggera, dai preordinati panneggi, il film riveste d&#039;una forma composta e distesa (si veda per esempio il bell&#039;inizio, con l&#039;a solo del naufrago) lo specioso pretesto narrativo offerto dal racconto avveneristico dello scrittore argentino. Si può non restare coinvolti dal risultato un po&#039; algido. Ma il termometro delle emozioni estetiche ha a vedere con la scelta Fahrenheit?&amp;lt;ref&amp;gt;Il mondo, 28 marzo 1974&amp;lt;/ref&amp;gt;&lt;/ins&gt;&lt;/div&gt;&lt;/td&gt;&lt;/tr&gt;
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		<author><name>Ariele Berveglieri</name></author>
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		<title>Ariele Berveglieri il 07:25, 28 mag 2025</title>
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		<updated>2025-05-28T07:25:25Z</updated>

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&lt;a href=&quot;https://wiki.archivioperilcinemaindipendenteitaliano.it/index.php?title=2004&amp;amp;diff=407&amp;amp;oldid=169&quot;&gt;Mostra modifiche&lt;/a&gt;</summary>
		<author><name>Ariele Berveglieri</name></author>
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		<title>Cranio is thinking: Creata pagina con &quot;Locandina Bellaria Film Festival, Anteprima per il cinema indipendente italiano, 2004 Categoria:Edizione Categoria:2004&quot;</title>
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		<updated>2025-03-04T13:44:44Z</updated>

		<summary type="html">&lt;p&gt;Creata pagina con &amp;quot;&lt;a href=&quot;/index.php/File:2004_Locandina_Anteprima_per_il_cinema_indipendente_Bellaria_Film_Festival.jpg&quot; title=&quot;File:2004 Locandina Anteprima per il cinema indipendente Bellaria Film Festival.jpg&quot;&gt;miniatura|Locandina Bellaria Film Festival, Anteprima per il cinema indipendente italiano, 2004&lt;/a&gt; &lt;a href=&quot;/index.php/Categoria:Edizione&quot; title=&quot;Categoria:Edizione&quot;&gt;Categoria:Edizione&lt;/a&gt; &lt;a href=&quot;/index.php?title=Categoria:2004&amp;amp;action=edit&amp;amp;redlink=1&quot; class=&quot;new&quot; title=&quot;Categoria:2004 (la pagina non esiste)&quot;&gt;Categoria:2004&lt;/a&gt;&amp;quot;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;b&gt;Nuova pagina&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;div&gt;[[File:2004 Locandina Anteprima per il cinema indipendente Bellaria Film Festival.jpg|miniatura|Locandina Bellaria Film Festival, Anteprima per il cinema indipendente italiano, 2004]]&lt;br /&gt;
[[Categoria:Edizione]]&lt;br /&gt;
[[Categoria:2004]]&lt;/div&gt;</summary>
		<author><name>Cranio is thinking</name></author>
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