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1999: differenze tra le versioni

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* '''Conduttore serate e incontri''': Maria Pia Fusco, Carlo Gentile
* '''Conduttore serate e incontri''': Maria Pia Fusco, Carlo Gentile
* '''Giuria''' '''Adriaticocinema''': Claudio Bisoni, Carlotta Cabrini, Mirco Melanco, Simone Pellegrini, Vincenzo Cascone, Vanni Borghi (rappresentate Agis-Fice), Roberto Roversi (rappresentate Agis—Fice), Francesca Airaudo (segretaria)
* '''Giuria''' '''Adriaticocinema''': Claudio Bisoni, Carlotta Cabrini, Mirco Melanco, Simone Pellegrini, Vincenzo Cascone, Vanni Borghi (rappresentate Agis-Fice), Roberto Roversi (rappresentate Agis—Fice), Francesca Airaudo (segretaria)
== Prefazione ==
di '''Mauro''' '''Conti''' (presidente), '''Gianfranco''' '''Miro''' '''Gori''' (direttore)
Adriaticocinema è un festival nuovo e, allo stesso tempo, antico. Ha appena due anni di vita. Eppure se a questi si sommassero i diciotto anni del Mystfest, i quindici di Anteprima, i dieci di Riminicinema, Adriaticocinema avrebbe la veneranda età -intesa in senso festivaliero- di sette lustri: sarebbe insomma il più vecchio in Italia dopo Venezia. L'eredità dei tre festival precedenti, d'altra parte, non è inerte. Non resta solo nel ricordo. Ma si trasfonde, si è trasfusa viva in Adriaticocinema. A Marco Bellocchio, direttore della prima edizione, va l’indiscutibile merito di averimposto un nuovo “marchio” e aperto nuove “vie dei festival”: lui, autore famoso, cimentandosi con passione nel lavoro di organizzatore di cultura. Di tutto ciò -noi che abbiamo lavorato con lui- desideriamo rivolgergli un pubblico ringraziamento. Adriaticocinema 1999 risulta diviso, dal punto di vista temporale, in due parti. La prima si svolgerà tra Bellaria Igea Marina e Cattolica (4-12 giugno), esplorando rispettivamente il cinema italiano e quello internazionale. La seconda a Rimini, nel prossimo autunno, concentrandosi sui mestieri del cinema. Il nostro principale impegno è costruire un nuovo rapporto col pubblico: aprire la nostre porte anche ai non addetti ai lavori; e costituirci come istituzione formativa che lavori in permanenza (lo spiegano nelle pagine che seguono Mario Sesti e Antonio Costa). Augurandoci che i diversi pubblici ai quali ci rivolgiamo apprezzino il nostro sforzo, non ci resta che augurargli buon divertimento.


== Bellaria Igea Marina: il cinema italiano ==
== Bellaria Igea Marina: il cinema italiano ==


=== Il cinema italiano ===
=== Il cinema italiano ===
di '''Mario Sesti'''
E’ possibile oggi ideare un festival intenzionato a battere in maniera non convenzionale il territorio del cinema italiano senza porsi un’altra domanda fondamentale: cos'è un festival, oggi? Questa riflessione è stata il punto di partenza che ha guidato la definizione della sezione italiana di Adriaticocinema che si svolge a Bellaria Igea Marina. L'edizione dell’anno precedente, guidata da Marco Bellocchio, ha avuto il merito di rimettere in questione l’assetto tradizionale di un modello di festival cresciuto e diffusosi in Italia negli ultimi anni. Quella di quest'anno intende mettere a frutto molte delle indicazioni che l’edizione precedente ha messo in luce. Esiste un pubblico dei festival di composizione più segmentata e molteplice di quella che tradizionalmente i festival sapevano di dover fronteggiare. Un festival è un luogo dove passa il cinema di nuova concezione ma anche dove è possibile incontrare chi fa il cinema. Dove si può essere spettatori specializzati ma anche spettatori alla ricerca di esperienze come incontri, seminari, pratiche di comunicazione, crescita culturale e formazione professionale che attualmente né le istituzioni, né il mercato, né la scuola sono in grado di fornire. Sulla scorta di queste riflessioni, l’idea di base è stata quella di ridisegnare Anteprima che si era costruito, soprattutto tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta, una solida fama di vetrina e palco del cinema indipendente italiano, alla luce di una contesto assai mutato, sia al livello del mercato sia a quello dell’evoluzione dei festival in Italia. Come tutte le cinematografie europee, il cinema italiano sconta un handicap di partenza ed è soggetto ad una sorta di apartheid linguistica e commerciale che si trasforma in una diffidenza verso il prodotto italiano in sala che tutti conosciamo. D'altra parte, la proliferazione dei festival ha fatto sì che il cinema inedito a disposizione da far vedere in anteprima, si sia ridotto in termini che non consentono a tutti festival esistenti di potervi attingere. L'obiettivo è quello di affrontare e conoscere meglio questo paesaggio: tradizionalmente i festival si rivolgono a chi fa parte o del cinema o di coloro che ne scrivono, o lo studiano, o, più in generale, si occupano dell’informazione su di esso. Adriaticocinema, vorrebbe essere il primo festival che apre le porte ai non addetti ai lavori. Un luogo, dunque, che non sia soltanto una vetrina di ciò che la critica, da una postazione privilegiata, è in grado di avvistare e offrire all’attenzione di una platea specializzata, ma anche uno spazio d’incontro tra due etnie, il pubblico della sala e la comunità del cinema (autori, tecnici, giornalisti) che si frequentano di rado e malamente. Per queste ragioni, il lavoro è stato innanzitutto di inoltrarsi in un territorio quasi sconosciuto, quello degli spettatori, e attivare alcune sperimentali operazioni di reclutamento: attraverso le scuole (che sono state coinvolte dai primi mesi dell’anno con proiezioni di autori che saranno presenti nei giorni del festival), attraverso organi di comunicazione (abbiamo organizzato con un quotidiano una sorta di referendum invitando i lettori a esprimersi sull’oggetto del nostro festival per poi invitarli a partecipare), attraverso il coinvolgimento di registi, sceneggiatori, tecnici, che parteciperanno alla manifestazione e agli incontri che vi si terranno. Quale sarà la loro struttura? Una volta il cinema italiano era una capacità misteriosa di documentare l’evoluzione di un paese (dal neorealismo alla commedia all’italiana) ma anche una vocazione naturale a cercare un nuovo linguaggio del cinema (da Rossellini a Pasolini, da Antonioni a Bertolucci, da Moretti ad Amelio). Una naturale capacità di racconto - che ci veniva invidiata all’estero, anche in paesi come la Francia e gli Stati Uniti che hanno una tradizione cinematografica illustre almeno quanto la nostra e soprattutto un innato istinto per la commedia che ha reso il nostro humor inconfondibile ovunque. Gli incontri cercheranno di affrontare; ognuno di questi temi utilizzando lo strumento privilegiato di alcuni classici del cinema italiano e di autori contemporanei ché di essi parleranno: Francesca Archibugi, Paolo Virzì, Mimmo Calopresti, Marco Bellocchio, Mario Monicelli e altri anco saranno in sala a parlare di alcuni classici del cinema italiano ma anche dei loro film. Dialogheranno e leggeranno grandi film italiani che rappresentano in maniera sintomatica quegli aspetti fondamentali del cinema italiano cui abbiamo accennato: Rocco e i suoi fratelli di Visconti, L’avventura di Antonioni, La grande guerra di Monicelli, tutti film realizzati nel 1960, una stagione che oggi, a quaranta anni di distanza, non è più semplicemente una fase di correnti o tendenze da celebrare ma un patrimonio la cui memoria è fortemente indebolita da una congenita rimozione che la pressione mediatica e la debolezza dei processi di trasmissione della scuola, della cultura, dell’industria del cinema hanno ampiamente diffuso nelle nuovi generazioni. Che amano il cinema ma, a differenza delle generazioni che lo amavano in passato, conoscono poco del cinema che li ha preceduti. Questi registi parleranno del loro mestiere e della loro idea del cinema ma anche in che maniera l’identità italiana sul grande schermo sia racconto e testimonianza, incapacità di accettare le cose come sono, ricerca di forme sconosciute sul grande schermo, tendenza quasi genetica a ridere anche dei difetti più incorreggibili: la novità è che nonlo faranno più semplicemente di fronte a personalità o critici, colleghi o giornalisti che frequentano il festival, ma di fronte a un pubblico fatto anche di spettatori appassionati, studenti, insegnanti, colleghi e anche e soprattutto, speriamo, di semplici curiosi. Sappiamo che esiste una profonda e diffusa esigenza di conoscenza del cinema come mestiere e stile di comunicazione, tecnica ed estetica, ed è su questa domanda, perlopiù elusa, che vorremmo iniziare a lavorare facendo del festival il momento di maggiore luminosità di una attività permanente destinata a svolgersi nel corso dell’intero anno. Questa impostazione integrerà quelle che sono le tradizioni del festival e alle quali Adriaticocinema non intende rinunciare. La selezione di un cinema italiano di ogni forma e produzione, durata e formato, narrativo e documentario che da sempre ha trovato a Bellaria Igea Marina il suo spazio naturale di presentazione. Così come lo ha avuto, da sempre, l’attenzione critica che ha segnalato con il premio “Casa Rossa” il film italiano giudicato di maggiore interesse da una giuria di critici consultata nei mesi scorsi. La nostra idea di un festival capace di lavorare con la maggiore spregiudicatezza possibile sul cinema italiano oggi, è quella di una manifestazione in cui si possa passare dalla scoperta del corto inedito e sconosciuto alla riscoperta di un classico che il pubblico non rivedeva in sala da chissà quanti anni. Il cinema italiano di oggi ha un bisogno urgente di entrambe le cose.
=== Concorso Adriaticocinema - Banca Nazionale del Lavoro ===


=== Concorso Adriaticocinema - Banca Nazionale del Lavoro . ===
* [[As colors do]] di Monica Petracci
* [[Bombay Arthur road prison]] di Davide Manuli
* [[Degenerazione di Ivan Zuccon|Degenerazione]] di Ivan Zuccon
* [[Disperanze - Lettera dall'India]] di Vittorio Moroni
* [[Due]] di Andrea Caccia
* [[Free at|Free at last]] di Riccardo Maneglia
* [[Fuori piombo]] di Dino d'Alessandro
* [[Iduma elingopiyo - The wound that does not bleed (La ferita che non sanguina)]] di Davide Tosco, Kali van der Merwe
* [[Jazzitudine]] di Marco Turco
* [[Il logorio]] di Stefano Canapa
* [[N]] di Paolo Pisanelli
* [[Oltre la notte... (Night moves...)]] di Alberto D'Onofrio
* [[Un uomo che dorme]] di Pietro Lassandro


=== Fuori concorso ===
=== Fuori concorso ===
* [[Tutto era Fiat]] di Mimmo Colapresti


=== Premio Casa rossa ===
=== Premio Casa rossa ===
Il referendum del premio “Casa rossa” è una delle tradizioni del festival di Bellaria Igea marina che l’edizione di Adriaticocinema di quest'anno ha ripristinato. Nato come strumento per la segnalazione del cinema italiano indipendente, ha visto quest'anno un’ampia partecipazione della comunità della critica specializzata alla quale è stata sottoposta una rosa più eclettica e versatile di titoli, entro i quali la differenziazione tra cinema indipendente e non era assai più sfumata di quanto fosse accaduto nelle precedenti stagioni: la difficoltà di produzione e diffusione del cinema italiano negli ultimi anni rende spesso indipendenti (rispetto al mercato, alle rigide tendenze del cinema commerciale, alla debolezza industriale) film di normale produzione che non nascono scegliendo di esserlo. In questo senso, il premio è anche un modo per rispondere ad una domanda che la manifestazione di Bellaria Igea Marina si è sempre posta, sin dalla nascita: cos'è, oggi, l’indipendenza? I film che hanno vinto e che sono stati segnalati dal referendum sono una risposta concreta a tale domanda. L'indipendenza non si può più misurare soltanto sui modelli produttivi entro i quali la mancanza delle risorse necessarie e la ricerca di autonomia nella progettazione e distribuzione dei film tocca, anche se in misura diversa, autori affermati e giovani al loro esordio, film di genere e opere di sperimentazione. L’indipendenza, invece, sia nel film vincitore, ''Fuori dal mondo'' di Giuseppe Piccioni - che si è fatto strada presso il pubblico anche se veicolato da una distribuzione limitata - sia in quello che segnaliamo per le preferenze raccolte, ''Tre storie'' di Piergiorgio Gay (che ancora non ha raggiunto le sale), sembra intuitivamente essere uno. stile che coniuga, da un lato, la capacità di comunicazione di un racconto non convenzionale, la sensibilità e la precisione nel l’analisi dei personaggi e un linguaggio attento, capaci di trasmettere controllo è partecipazione; dall’altro, la rigorosa volontà, da parte degli autori, di non concedere ai loro film nulla di cui prima non siano riusciti a convincere gli spettatori. C’è, insomma, nelle due pellicole che segnaliamo, un’idea d'indipendenza che i film innanzitutto si guadagnano in sala: indipendenza dal gusto corrente, dalla scelta di personaggi e storie ammiccanti, dall’obbligo dell’autobiografismo, ma non indipendenza dal rispetto dell’attenzione di un pubblico, dalla ricerca di una forma non adagiata sui codici correnti - in una parola - dal cinema.
==== Film ====
* [[Fuori dal mondo]] di Giuseppe Piccioni
* [[Tre storie]] di Piergiorgio Gay, Roberto San Pietro
* [[Del perduto amore]] di Michele Placido
* [[Ecco fatto]] di Gabriele Muccino
* [[Ospiti]] di Matteo Garrone


=== Premio tre minuti a tema: Rissa ===
=== Premio tre minuti a tema: Rissa ===


=== Claustrofobia / claustrofilia ===
* ''Alla guerra'' di Benedetto Parisi
* ''Argine d’assenza'' di Luca Stringara
* ''Basta ragiona’...!'' di Lauro Crociani
* ''Chi lo fa lo aspetti'' di Gianni Gozzoli, Gabriele Turci
* ''Dallas 22 nov. ND. 1963'' di Nadia Ranocchi, David Zamagni
* ''The Final Countdown'' di Sergio Martinelli,  Leonardo Perrone
* ''Il gioco favorito'' di Fabrizio Varesco
* ''Il giudice di linea'' di Daniele Vital
* ''Golden gol'' di Aniello Grieco
* ''Homo homini lupus'' di Maddalena Papini, Melania Zucchi
* ''L’immagine della Rissa'' di Alessio Fattori
* ''Lost Vision'' di Matteo Massimo Valenti
* ''Maastricht'' di Maria Rosa, Marino Rore
* ''Me’ mo’ ie’'' di Luca Michele Cirasola
* ''N'' di Paolo Pisanelli
* ''Neosituazionalismo'' di Alberto Di Cinto
* ''Non è successo niente'' di Stefany Giovagnoni
* ''Per Elisa'' di Norman Divovic
* ''Per finta'' di Daniele F. Caporali
* ''Il punto di vista'' di Francesco Pepe, Alessandro Pepe
* ''La quiete dopo la tempesta'' di Alessandro Maggia
* ''Respira'' di Maddalena Papini, Melania Zucchi
* ''Rissa'' di Marco Vitali
* ''La rissa'' di Mara Bartolomucci, Stefania Soellner
* ''“Rissa” allo specchio'' di Luciano Galluz
* ''‘A sciarra'' di Alessandro Grimaldi
* ''Scorie'' di Giovanni Raggi
* ''Senso civico'' di Stefano Bon
* ''Signori e signori gli sposi'' di Alessandro Cutolo, Maurizio Braucci
* ''Spaghetti all’arrabbiata'' di Giovani Martinelli
* ''Steack & Chips'' di David Zamaggi, Nadia Ranocchi
* ''Violenza'' di Enrico Heriz Gorini
* ''La violenza in diretta'' di Stefano Salvatori
 
=== Claustrofobia/ claustrofilia ===
di '''Mario''' '''Sesti''' e '''Dario''' '''Buzzolan'''
 
Lo spazio chiuso attraversa la filmografia di alcuni tra i maggiori autori italiani: quella di Bertolucci, che da Ultimo tango all’Assedio ha dimostrato come si possa fare grande cinema in pochi metri quadrati delimitati da quattro mura; o quella di Tornatore, che con Nuovo cinema paradiso ha girato un film quasi completamente in un cinema, e in La leggenda sul pianista sull'oceano non è mai sceso dalla nave-universo del suo protagonista. Ma spazi chiusi affiorano in continuazione anche nella produzione d’esordio e nell’immaginazione dei registi che hanno iniziato a fare film negli anni Novanta. Se il più grande poeta dell’erramento urbano, Pasolini, scolpisce simbolicamente la fine del proprio cinema nella claustrofobia di Salò, tra gli anni Ottanta e la fine degli anni Novanta l’idea di escludere con determinazione l’invasione del mondo esterno si salda con le ristrettezze produttive, in una sorta di irreparabile e sorda reazione all’onda lunghissima di un cinema che -dalle piazze del boogie woogie nel dopoguerra a quelle delle manifestazioni di piazza degli anni Settanta- aveva collocato la macchina da presa innanzitutto all’aria aperta: tutto il cinema italiano da più di quindici anni a questa parte, indipendente e non, pullula di film condominiali, arcipelaghi lontani dalla terra ferma, bicamere e cucina - ma anche di scorci urbani ridotti e opprimenti, tanto privi di vie di uscita da configurarsi immediatamente come tanti “dentro” contrapposti senza possibilità di comunicazione a irraggiungibili “fuori” -, unendo l’ossessione dell’isolamento, magmatico fantasma dell’inconscio collettivo, con il mito dello spazio chiuso, della “casa” come luogo protettivo e autosufficiente. Questa essenziale retrospettiva di corti, che si allunga su più di un decennio di produzione, dimostra come questa idiosincrasia possa essere radicata anche nell’immaginario occasionale, selvaggio, poliforme del cinema di breve durata, fatto di sperimentazione, latenza produttiva e libertà congenita. Anzi, proprio il fatto che appaia disseminata, sotto gli aspetti più disparati, anche nell’area del corto, priva di istituzioni o condizionamenti, dimostra quanto profonde possano essere le sue radici. E’ un’ossessione più forte della scelta di un genere (commedia o horror, dramma psicologico o apologo assurdo), si incarna in qualsiasi spazio (una casa come una metropolitana, un cortile come un quartiere), si adatta a qualsiasi linguaggio (a quello dell’incubo e del sogno come a quello documentario, al piccolo realismo domestico come alla fantasmagoria d’animazione). La reclusione, spesso volontaria, sembra perlopiù il mezzo per affermare una drammaturgia ambigua e a tratti sofferta attraverso cui porre un problema senza soluzione: le quattro mura (reali o metaforiche) sono un esclusione di tutto ciò che non si può accettare o modificare, o una condizione imposta da qualcuno o qualcosa contro cui è inutile opporsi? Lo spazio chiuso è un riparo o una prigione, l’unico luogo dell’onnipotenza dell’immaginazione o la tana in cui si rimane bloccati per sempre da un assedio perenne? L’ambiguità di questa scena è testimoniata dall’ambivalenza in cui essa spesso è collocata: un mondo che si rivela uno studio televisivo (Ketchup), un campo da gioco che è anche il cortile di un luogo kafkiano di detenzione (The Pit), una casa dell’infanzia che si trasforma nell’antro di una mamma-strega che condanna il figlio alla prigionia dell’oblio (No, mamma no), una rassicurante camera da letto che si rivela l’orlo di un baratro (Dimmi qualcosa di te); ma anche una periferia che risulta più soffocante e costrittiva della più angusta delle stanze (Rea! Falchera). Confinati tra una sala da pranzo e un balcone, esiliati in una villa o in un ascensore, gli sguardi e i personaggi di questo cinema frammentato, allusivo, ora sarcastico, ora minacciosamente allegorico, ripetono nelle inquadrature strette, nelle profondità limitate, nelle scenografie elementari e ricorrenti, questo mito di amore e terrore per gli spazi chiusi che scorre nelle profondità del cinema italiano delle ultime stagioni.
 
==== Film ====
 
* ''No, mamma no, da 80 metri quadri'' di Cecilia Calvi
* ''Binari'' di Carlotta Cerquetti
* ''La casa fuori misura'' di Giulia Ciniselli
* ''Cani'' di Daniele Ciprì, Franco Maresco
* ''Call Me'' di Emanuele Crialese
* ''Claudia'' di Emanuele De Vincenti
* ''The Pit'' di Gianluca Di Re
* ''Real Falchera'' di Giacomo Ferrante, Renato Ricatto, EnricoVerra
* ''Opinioni di un pirla'' di Agostino Ferrente
* ''Nell’acqua'' di Dante Majorana
* ''Doom'' di Marco Pozzi
* ''Sell Your Body, Now'' di Marco Puccioni
* ''La uccido?'' di Fabian Ribezzo
* ''La parola ai morti'' di Cesare Romani
* ''Ketchup'' di Carlo A. Sigon
* ''Sotto le unghie'' di Stefano Sollima
* ''Dimmi qualcosa di te'' di Gianluca Tavarelli
* ''La sveglia'' di Marco Turco


=== L'identità italiana nel cinema ===
=== L'identità italiana nel cinema ===
di '''Mario Sesti'''
Francesca Archibugi e Paolo Virzì hanno scelto Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti. Cosa significa raccontare al cinema e in che modo è possibile con immagini e suoni dare voce ad un narratore sul grande schermo? Cosa significa dare una struttura ad una narrazione? E in che modo la sceneggiatura e la scelta e la direzione degli attori, il montaggio e lo stile visivo finiscono per darle una forma? Quando si scrive un film, di fronte al computer (o alla macchina da scrivere) o con la macchina da presa sul set? O in sala di montaggio? Come si fa a scegliere di mostrare qualcosa e di non farne vedere un’altra? Qual è il segreto di quel rapporto inconfondibile e impalpabile che si stabilisce tra una storia di finzione e la realtà di tutti i giorni, il mondo concreto che ci sembra spesso assai diverso da quello delle storie? E un film, può essere del tutto assimilato ad un romanzo? Grazie all’arte di uno degli autori più grandi del cinema italiano nella costruzione dei personaggi e nell’articolazione di un racconto, autore di celebri e personali trasposizioni della letteratura nel linguaggio del cinema, due registi che dal Grande cocomero a Ovosodo hanno mostrato di saper raccontare la nostra realtà contemporanea, proveranno ad affrontare, e a raccontare, la difficile, faticosa e insostituibile ricerca di una storia, di personaggi e della forma più giusta per dar loro vita sullo schermo. Marco Bellocchio e Mimmo Calopresti parleranno dell’Avventura di Michelangelo Antonioni. Si può riprendere con la macchina da presa ciò che non si può comunicare con le parole? E quali sono le armi e le tecniche di cui si deve essere provvisti per farlo? Fino a che punto è possibile provocare un’esperienza, l’azione o il movimento di un corpo, l’emozione di un personaggio per poterla trascrivere in un’immagine? Si può fare a meno di una storia chiusa e completa per realizzare un film? E in che modo la composizione di un’immagine, l’uso di un paesaggio, la successione di una serie di inquadrature, possono rivelare più di una analisi psicanalitica o di un saggio? E più importante conoscere profondamente la realtà di ciò che si racconta, aver previsto qualsiasi contrattempo prima di arrivare sul set o lasciare la porta aperta ad ogni evento imprevedibile? Bisogna lasciare gli attori nell’incertezza o assicurarsi che conoscano tutto del proprio personaggio? Grazie ad uno dei film più decisivi della modernità del cinema, girato in condizioni avventurose come il suo titolo, aperto all'ambiguità del malessere e degli stati d’animo come a quella del proprio finale, il regista che ha cercato negli ultimi anni di rappresentare con le immagini ciò che non ha raggiunto ancora la coscienza, Marco Bellocchio, e un giovane regista formatosi invece nel documentario, dialogheranno sul cinema come ricerca di uno spazio, di un’immagine o un evento da catturare e registrare per sempre.
==== Film ====
* [[L'avventura]] di Michelangelo Antonioni
* [[Rocco e i suoi fratelli]] di Luchino Visconti


=== Omaggio a Marco Bellocchio ===
=== Omaggio a Marco Bellocchio ===
* [[La balia]] di Marco Bellocchio


=== Anteprima ===
=== Anteprima ===
* [[Garage olimpo]] di Marco Bechis


=== Per Zavattini ===
=== Per Zavattini ===
di '''Giacomo Gambetti'''
La figura di Cesare Zavattini (1902-1989) è una di quelle a cui si pensa nei momenti difficili della convivenza civile. Sono presenti, nella società contemporanea, uomini -non molti!- ai quali si ricorre come punti di riferimento sociali e culturali, uomini -da non confondere con gli attori cui viene richiesto di parlare di sport, con gli sportivi sollecitati a esprimere opinioni politiche, con cantanti che dovrebbero analizzare la crisi dei Balcani...- che per maturità, esperienze, ampiezza di vedute, prospettive umane e acutezza, originalità, vastità di pensiero sono in grado di aiutare a capire e a vivere. Altri, invece, non sono più fra noi, ma si continua a pensare a loro, ipotizzando le opinioni: “se oggi ci fosse... cosa direbbe di fronte a questo avvenimento? come si comporterebbe in presenza di quello che accade?”, e così via. Cesare Zavattini è uno di loro, uno di questi punti di riferimento. Nei dieci anni intercorsi dalla sua scomparsa (il 13 ottobre 1989) sono successe molte cose, nella nostra vita politica e culturale (e cinematografica), in presenza delle quali è venuto spesso spontaneo domandarsi “adesso che cosa direbbe Cesare, che cosa scriverebbe, farebbe...”. Le migliaia e migliaia di pagine, fra soggetti e sceneggiature realizzati e no, prefazioni, articoli, conferenze, pagine di diario, di libri, di interventi radiofonici e televisivi e di altro ancora autorizzano molte esigenze, molte curiosità, molti interrogativi destinati purtroppo a rimanere insoddisfatti. Interrogativi che si riferiscono non soltanto alle opere di cui si sarebbe potuto arricchire un catalogo già amplissimo, ma proprio al pensiero, a quel famoso “pensiero”, alla riflessione sulla crisi del pensiero che è stata una delle sue ultime e più originali: “[...] e allora, guarda, come ti ho già detto, la crisi che viviamo non è la crisi del cinema -ecco, questo mi fa delle volte sorridere- o la crisi della televisione o la crisi della pittura, è una crisi molto più profonda, complessiva, è la crisi del pensiero umano. Il pensiero ha di fronte dei mezzi che sono pronti a fare degli scatti, a bruciare i tempi, ma non li adopera, non li adopera perché c’è nella sua, diciamo così, costruzione di pensiero una impossibilità di servirsene, perché questo pensiero è sempre un pensiero dei pochi che infor: mano i molti. E nel cinema, se tu ci badi non c’è una vera forza di trasformazioni veramente tale quanto invece il mezzo ha — in sé [...]” (1980). Non a caso l’unico film cui Zavattini abbia posto la firma, nella regia, è intitolato La veritàaaa... con altre a dopo quella ufficiale. Adriaticocinema vuole rendere omaggio? una personalità internazionalmente nota? stimata, come quella di Zavattini, che onora il nostro paese, nella memoria delle grandi opere e delle opere meno note ma non meno significative che la sua intelligenza e le sue intuizioni hanno realizzato, in un continuo impegno a favore della dignità dell’uomo.
==== Film ====
* [[La veritaaaa...]] di Cesare Zavattini
* [[Storia di Caterina]] di Francesco Maselli, Cesare Zavattini
* [[Saperazione legale]] di Florestano Vancini


=== Regia mundi ===
=== Regia mundi ===
Come i primi operatori Lumière, mandati ai quattro angoli del mondo per registrare
le immagini che il nuovo dispositivo,
il cinematografo, consentiva finalmente
di riprodurre dopo averle catturate
per sempre, Emanuele De Vincenti ha
realizzato nel giro di poche stagioni dei
video che tra l’India e Hong Kong, tra
Asia e l'Europa, sembrano intenzionalnente
riprodurre quel fenomeno che ha
‘ostituito gran parte del fascino e della
seduzione del cinema sin dai bagliori dela
sua storia: il segreto dello spettacolo
li vedere persone completamente divere
da noi, in un luogo remoto ed estraeo,
immersi in affari e culture che ci
ppaiono lontanissimi, eppure, come noi,
oggetti alla stessa inesorabile legge del-
> scorrere del tempo, delle variazioni
cidentali e incontrollabili della luce,
=Ilo spostamento o della quiete dei corche
determinano la scena di uno sguar-
>. All’opposto di come sarebbe stato
aborato decenni dopo dalla critica ci-
<nowiki>:</nowiki>matografica più ambiziosa, lo sguar-
», all’inizio del cinema, annullava comatamente
l’idea che dietro di esso poise
annidarsi un soggetto, una mente,
a coscienza o addirittura un autore 0
artista. De Vincenti sembra proprio
ler riprodurre -con una radicalità che
1 ha molti rivali negli ultimi anni- quelsguardo
che vanifica completamente
‘ronome “io” identificandosi sempliaente
con una visione senza corpo.
Una lettura provocatoria e quasi politica:
e se fosse la reazione più pura
all’autobiografismo che è stato da tantissime
voci imputato al cinema italiano
degli ultimi anni? AI posto di un autore,
una lente. O, addirittura, un cavalletto:
“Il modo stesso in cui impugno la telecamera
— dice — mi porta ad una modificazione
della respirazione, comprimo il diaframma
e di conseguenza modifico il mio
respiro che ne viene alterato”. La ripresa,
costringendo l’operatore ad una immobilità
prolungata e ad un respiro alterato,
induce uno stato di trance. Nelle
installazioni video che proponiamo quest’anno
(e che immaginiamo possano essere
colte come degli oblò su un pianeta
sconosciuto, come se il festival fosse un
mezzo mobile, un risciò, una metropolitana,
un immenso scompartimento: sono
le stesse situazioni in cui sono state realizzate),
questa esperienza si presta ad
essere seguita per un istante fugace o
anche per tutta la durata ipnotica dello
sguardo che le ha registrate. Ci si può
passare davanti come di fronte al riflesso
di una vetrina, oppure fissarsi di fronte
ad esse a fantasticare come davanti al
finestrino di un auto o di un treno in corsa.
C’è dentro di esse un’idea, misteriosa
e fortissima, che apparteneva al cinema
delle origini: che basti mettere la macchina
da presa di fronte ad uno spazio,
per un certo periodo di tempo, perché lo
spettatore avverta la regia incessante,


=== Le stanze di Alfredo ===
=== Le stanze di Alfredo ===

Versione delle 20:13, 17 mar 2025

Associazione Cinema dell’Adriatico

Comuni di Bellaria Igea Marina,Cattolica, Rimini

  • Consiglio di amministrazione: Mauro Conti (Presidente), Mara Garattoni, Pierpaolo Parma
  • Direttore: Gianfranco Miro Gori
  • Segretario: Antonio Tolo

Adriaticocinema

Festival di Bellaria Igea Marina, Cattolica, Rimini

4 - 12 giugno 1999 (Bellaria Igea Marina e Cattolica) autunno 1999 (Rimini)

Col contributo di: Ministero per i Beni e le Attività Culturali — Dipartimento dello spettacolo, Regione Emilia Romagna — Assessorato alla Cultura, Commissione Europea, Programma Media II, Coordinamento europeo dei festival

Curatori

Locandina Adriatico Cinema, 1999
  • Cinema italiano: Mario Sesti e Dario Buzzolan
  • Cinema internazionale: Mario Sesti, Leonardo Gandini, Giacomo Martini
  • Mestieri del cinema: Antonio Costa
  • Consulente: Fabrizio Grosoli
  • Coordinamento organizzativo e relazioni esterne: Angela Leone
  • Segreteria, ricerca film, incontri: Alessandra Fontemaggi
  • Segreteria e amministrazione: Anna Lisa Fontana
  • Documentazione e catalogo: Giuseppe Ricci, Marco Leonetti
  • Segreteria a Cattolica: Simonetta Salvetti
  • Addetto Stampa: Studio Nobile-Scarafoni
  • Addetto stampa locale e regionale: Paolo Pagliarani
  • Servizi tecnici e allestimenti: Edo Zangheri, Nevio Semprini
  • Ospitalità: Rossana Ronconi
  • Servizi tecnici e allestimenti a Cattolica: Giovanni Ubalducci
  • Servizi tecnologici a Cattolica: Marino Ercoles
  • Grafica e immagine: Enzo Grassi — Colpo d’Occhio
  • Viaggi: Gran Tour, Stefano Cecchini
  • Trasporti internazionali: Massimo Toreti — International Movie Service
  • Consulente amministrativo: Monica Zanzani
  • Quotidiano di Adriaticocinema: Giuseppe Ricci, Catia Donini, Sergio Fant, Andrea Meneghelli, Rinaldo Censi, Carlo Durante, Silvia Fessia, Lorenza Pignatti
  • Interpreti: Emanuela Cotronei, Paola Paolini, Viviana Pozzolini, Mariachiara Russo, Maura Vecchietti
  • Proiezioni: Brenno Miselli, Angela Miselli, Mario Ferretti, Ugo Baracchi, Stefano Pini
  • Conduttore serate e incontri: Maria Pia Fusco, Carlo Gentile
  • Giuria Adriaticocinema: Claudio Bisoni, Carlotta Cabrini, Mirco Melanco, Simone Pellegrini, Vincenzo Cascone, Vanni Borghi (rappresentate Agis-Fice), Roberto Roversi (rappresentate Agis—Fice), Francesca Airaudo (segretaria)

Prefazione

di Mauro Conti (presidente), Gianfranco Miro Gori (direttore)

Adriaticocinema è un festival nuovo e, allo stesso tempo, antico. Ha appena due anni di vita. Eppure se a questi si sommassero i diciotto anni del Mystfest, i quindici di Anteprima, i dieci di Riminicinema, Adriaticocinema avrebbe la veneranda età -intesa in senso festivaliero- di sette lustri: sarebbe insomma il più vecchio in Italia dopo Venezia. L'eredità dei tre festival precedenti, d'altra parte, non è inerte. Non resta solo nel ricordo. Ma si trasfonde, si è trasfusa viva in Adriaticocinema. A Marco Bellocchio, direttore della prima edizione, va l’indiscutibile merito di averimposto un nuovo “marchio” e aperto nuove “vie dei festival”: lui, autore famoso, cimentandosi con passione nel lavoro di organizzatore di cultura. Di tutto ciò -noi che abbiamo lavorato con lui- desideriamo rivolgergli un pubblico ringraziamento. Adriaticocinema 1999 risulta diviso, dal punto di vista temporale, in due parti. La prima si svolgerà tra Bellaria Igea Marina e Cattolica (4-12 giugno), esplorando rispettivamente il cinema italiano e quello internazionale. La seconda a Rimini, nel prossimo autunno, concentrandosi sui mestieri del cinema. Il nostro principale impegno è costruire un nuovo rapporto col pubblico: aprire la nostre porte anche ai non addetti ai lavori; e costituirci come istituzione formativa che lavori in permanenza (lo spiegano nelle pagine che seguono Mario Sesti e Antonio Costa). Augurandoci che i diversi pubblici ai quali ci rivolgiamo apprezzino il nostro sforzo, non ci resta che augurargli buon divertimento.

Bellaria Igea Marina: il cinema italiano

Il cinema italiano

di Mario Sesti

E’ possibile oggi ideare un festival intenzionato a battere in maniera non convenzionale il territorio del cinema italiano senza porsi un’altra domanda fondamentale: cos'è un festival, oggi? Questa riflessione è stata il punto di partenza che ha guidato la definizione della sezione italiana di Adriaticocinema che si svolge a Bellaria Igea Marina. L'edizione dell’anno precedente, guidata da Marco Bellocchio, ha avuto il merito di rimettere in questione l’assetto tradizionale di un modello di festival cresciuto e diffusosi in Italia negli ultimi anni. Quella di quest'anno intende mettere a frutto molte delle indicazioni che l’edizione precedente ha messo in luce. Esiste un pubblico dei festival di composizione più segmentata e molteplice di quella che tradizionalmente i festival sapevano di dover fronteggiare. Un festival è un luogo dove passa il cinema di nuova concezione ma anche dove è possibile incontrare chi fa il cinema. Dove si può essere spettatori specializzati ma anche spettatori alla ricerca di esperienze come incontri, seminari, pratiche di comunicazione, crescita culturale e formazione professionale che attualmente né le istituzioni, né il mercato, né la scuola sono in grado di fornire. Sulla scorta di queste riflessioni, l’idea di base è stata quella di ridisegnare Anteprima che si era costruito, soprattutto tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta, una solida fama di vetrina e palco del cinema indipendente italiano, alla luce di una contesto assai mutato, sia al livello del mercato sia a quello dell’evoluzione dei festival in Italia. Come tutte le cinematografie europee, il cinema italiano sconta un handicap di partenza ed è soggetto ad una sorta di apartheid linguistica e commerciale che si trasforma in una diffidenza verso il prodotto italiano in sala che tutti conosciamo. D'altra parte, la proliferazione dei festival ha fatto sì che il cinema inedito a disposizione da far vedere in anteprima, si sia ridotto in termini che non consentono a tutti festival esistenti di potervi attingere. L'obiettivo è quello di affrontare e conoscere meglio questo paesaggio: tradizionalmente i festival si rivolgono a chi fa parte o del cinema o di coloro che ne scrivono, o lo studiano, o, più in generale, si occupano dell’informazione su di esso. Adriaticocinema, vorrebbe essere il primo festival che apre le porte ai non addetti ai lavori. Un luogo, dunque, che non sia soltanto una vetrina di ciò che la critica, da una postazione privilegiata, è in grado di avvistare e offrire all’attenzione di una platea specializzata, ma anche uno spazio d’incontro tra due etnie, il pubblico della sala e la comunità del cinema (autori, tecnici, giornalisti) che si frequentano di rado e malamente. Per queste ragioni, il lavoro è stato innanzitutto di inoltrarsi in un territorio quasi sconosciuto, quello degli spettatori, e attivare alcune sperimentali operazioni di reclutamento: attraverso le scuole (che sono state coinvolte dai primi mesi dell’anno con proiezioni di autori che saranno presenti nei giorni del festival), attraverso organi di comunicazione (abbiamo organizzato con un quotidiano una sorta di referendum invitando i lettori a esprimersi sull’oggetto del nostro festival per poi invitarli a partecipare), attraverso il coinvolgimento di registi, sceneggiatori, tecnici, che parteciperanno alla manifestazione e agli incontri che vi si terranno. Quale sarà la loro struttura? Una volta il cinema italiano era una capacità misteriosa di documentare l’evoluzione di un paese (dal neorealismo alla commedia all’italiana) ma anche una vocazione naturale a cercare un nuovo linguaggio del cinema (da Rossellini a Pasolini, da Antonioni a Bertolucci, da Moretti ad Amelio). Una naturale capacità di racconto - che ci veniva invidiata all’estero, anche in paesi come la Francia e gli Stati Uniti che hanno una tradizione cinematografica illustre almeno quanto la nostra e soprattutto un innato istinto per la commedia che ha reso il nostro humor inconfondibile ovunque. Gli incontri cercheranno di affrontare; ognuno di questi temi utilizzando lo strumento privilegiato di alcuni classici del cinema italiano e di autori contemporanei ché di essi parleranno: Francesca Archibugi, Paolo Virzì, Mimmo Calopresti, Marco Bellocchio, Mario Monicelli e altri anco saranno in sala a parlare di alcuni classici del cinema italiano ma anche dei loro film. Dialogheranno e leggeranno grandi film italiani che rappresentano in maniera sintomatica quegli aspetti fondamentali del cinema italiano cui abbiamo accennato: Rocco e i suoi fratelli di Visconti, L’avventura di Antonioni, La grande guerra di Monicelli, tutti film realizzati nel 1960, una stagione che oggi, a quaranta anni di distanza, non è più semplicemente una fase di correnti o tendenze da celebrare ma un patrimonio la cui memoria è fortemente indebolita da una congenita rimozione che la pressione mediatica e la debolezza dei processi di trasmissione della scuola, della cultura, dell’industria del cinema hanno ampiamente diffuso nelle nuovi generazioni. Che amano il cinema ma, a differenza delle generazioni che lo amavano in passato, conoscono poco del cinema che li ha preceduti. Questi registi parleranno del loro mestiere e della loro idea del cinema ma anche in che maniera l’identità italiana sul grande schermo sia racconto e testimonianza, incapacità di accettare le cose come sono, ricerca di forme sconosciute sul grande schermo, tendenza quasi genetica a ridere anche dei difetti più incorreggibili: la novità è che nonlo faranno più semplicemente di fronte a personalità o critici, colleghi o giornalisti che frequentano il festival, ma di fronte a un pubblico fatto anche di spettatori appassionati, studenti, insegnanti, colleghi e anche e soprattutto, speriamo, di semplici curiosi. Sappiamo che esiste una profonda e diffusa esigenza di conoscenza del cinema come mestiere e stile di comunicazione, tecnica ed estetica, ed è su questa domanda, perlopiù elusa, che vorremmo iniziare a lavorare facendo del festival il momento di maggiore luminosità di una attività permanente destinata a svolgersi nel corso dell’intero anno. Questa impostazione integrerà quelle che sono le tradizioni del festival e alle quali Adriaticocinema non intende rinunciare. La selezione di un cinema italiano di ogni forma e produzione, durata e formato, narrativo e documentario che da sempre ha trovato a Bellaria Igea Marina il suo spazio naturale di presentazione. Così come lo ha avuto, da sempre, l’attenzione critica che ha segnalato con il premio “Casa Rossa” il film italiano giudicato di maggiore interesse da una giuria di critici consultata nei mesi scorsi. La nostra idea di un festival capace di lavorare con la maggiore spregiudicatezza possibile sul cinema italiano oggi, è quella di una manifestazione in cui si possa passare dalla scoperta del corto inedito e sconosciuto alla riscoperta di un classico che il pubblico non rivedeva in sala da chissà quanti anni. Il cinema italiano di oggi ha un bisogno urgente di entrambe le cose.

Concorso Adriaticocinema - Banca Nazionale del Lavoro

Fuori concorso

Premio Casa rossa

Il referendum del premio “Casa rossa” è una delle tradizioni del festival di Bellaria Igea marina che l’edizione di Adriaticocinema di quest'anno ha ripristinato. Nato come strumento per la segnalazione del cinema italiano indipendente, ha visto quest'anno un’ampia partecipazione della comunità della critica specializzata alla quale è stata sottoposta una rosa più eclettica e versatile di titoli, entro i quali la differenziazione tra cinema indipendente e non era assai più sfumata di quanto fosse accaduto nelle precedenti stagioni: la difficoltà di produzione e diffusione del cinema italiano negli ultimi anni rende spesso indipendenti (rispetto al mercato, alle rigide tendenze del cinema commerciale, alla debolezza industriale) film di normale produzione che non nascono scegliendo di esserlo. In questo senso, il premio è anche un modo per rispondere ad una domanda che la manifestazione di Bellaria Igea Marina si è sempre posta, sin dalla nascita: cos'è, oggi, l’indipendenza? I film che hanno vinto e che sono stati segnalati dal referendum sono una risposta concreta a tale domanda. L'indipendenza non si può più misurare soltanto sui modelli produttivi entro i quali la mancanza delle risorse necessarie e la ricerca di autonomia nella progettazione e distribuzione dei film tocca, anche se in misura diversa, autori affermati e giovani al loro esordio, film di genere e opere di sperimentazione. L’indipendenza, invece, sia nel film vincitore, Fuori dal mondo di Giuseppe Piccioni - che si è fatto strada presso il pubblico anche se veicolato da una distribuzione limitata - sia in quello che segnaliamo per le preferenze raccolte, Tre storie di Piergiorgio Gay (che ancora non ha raggiunto le sale), sembra intuitivamente essere uno. stile che coniuga, da un lato, la capacità di comunicazione di un racconto non convenzionale, la sensibilità e la precisione nel l’analisi dei personaggi e un linguaggio attento, capaci di trasmettere controllo è partecipazione; dall’altro, la rigorosa volontà, da parte degli autori, di non concedere ai loro film nulla di cui prima non siano riusciti a convincere gli spettatori. C’è, insomma, nelle due pellicole che segnaliamo, un’idea d'indipendenza che i film innanzitutto si guadagnano in sala: indipendenza dal gusto corrente, dalla scelta di personaggi e storie ammiccanti, dall’obbligo dell’autobiografismo, ma non indipendenza dal rispetto dell’attenzione di un pubblico, dalla ricerca di una forma non adagiata sui codici correnti - in una parola - dal cinema.

Film

Premio tre minuti a tema: Rissa

  • Alla guerra di Benedetto Parisi
  • Argine d’assenza di Luca Stringara
  • Basta ragiona’...! di Lauro Crociani
  • Chi lo fa lo aspetti di Gianni Gozzoli, Gabriele Turci
  • Dallas 22 nov. ND. 1963 di Nadia Ranocchi, David Zamagni
  • The Final Countdown di Sergio Martinelli, Leonardo Perrone
  • Il gioco favorito di Fabrizio Varesco
  • Il giudice di linea di Daniele Vital
  • Golden gol di Aniello Grieco
  • Homo homini lupus di Maddalena Papini, Melania Zucchi
  • L’immagine della Rissa di Alessio Fattori
  • Lost Vision di Matteo Massimo Valenti
  • Maastricht di Maria Rosa, Marino Rore
  • Me’ mo’ ie’ di Luca Michele Cirasola
  • N di Paolo Pisanelli
  • Neosituazionalismo di Alberto Di Cinto
  • Non è successo niente di Stefany Giovagnoni
  • Per Elisa di Norman Divovic
  • Per finta di Daniele F. Caporali
  • Il punto di vista di Francesco Pepe, Alessandro Pepe
  • La quiete dopo la tempesta di Alessandro Maggia
  • Respira di Maddalena Papini, Melania Zucchi
  • Rissa di Marco Vitali
  • La rissa di Mara Bartolomucci, Stefania Soellner
  • “Rissa” allo specchio di Luciano Galluz
  • ‘A sciarra di Alessandro Grimaldi
  • Scorie di Giovanni Raggi
  • Senso civico di Stefano Bon
  • Signori e signori gli sposi di Alessandro Cutolo, Maurizio Braucci
  • Spaghetti all’arrabbiata di Giovani Martinelli
  • Steack & Chips di David Zamaggi, Nadia Ranocchi
  • Violenza di Enrico Heriz Gorini
  • La violenza in diretta di Stefano Salvatori

Claustrofobia/ claustrofilia

di Mario Sesti e Dario Buzzolan

Lo spazio chiuso attraversa la filmografia di alcuni tra i maggiori autori italiani: quella di Bertolucci, che da Ultimo tango all’Assedio ha dimostrato come si possa fare grande cinema in pochi metri quadrati delimitati da quattro mura; o quella di Tornatore, che con Nuovo cinema paradiso ha girato un film quasi completamente in un cinema, e in La leggenda sul pianista sull'oceano non è mai sceso dalla nave-universo del suo protagonista. Ma spazi chiusi affiorano in continuazione anche nella produzione d’esordio e nell’immaginazione dei registi che hanno iniziato a fare film negli anni Novanta. Se il più grande poeta dell’erramento urbano, Pasolini, scolpisce simbolicamente la fine del proprio cinema nella claustrofobia di Salò, tra gli anni Ottanta e la fine degli anni Novanta l’idea di escludere con determinazione l’invasione del mondo esterno si salda con le ristrettezze produttive, in una sorta di irreparabile e sorda reazione all’onda lunghissima di un cinema che -dalle piazze del boogie woogie nel dopoguerra a quelle delle manifestazioni di piazza degli anni Settanta- aveva collocato la macchina da presa innanzitutto all’aria aperta: tutto il cinema italiano da più di quindici anni a questa parte, indipendente e non, pullula di film condominiali, arcipelaghi lontani dalla terra ferma, bicamere e cucina - ma anche di scorci urbani ridotti e opprimenti, tanto privi di vie di uscita da configurarsi immediatamente come tanti “dentro” contrapposti senza possibilità di comunicazione a irraggiungibili “fuori” -, unendo l’ossessione dell’isolamento, magmatico fantasma dell’inconscio collettivo, con il mito dello spazio chiuso, della “casa” come luogo protettivo e autosufficiente. Questa essenziale retrospettiva di corti, che si allunga su più di un decennio di produzione, dimostra come questa idiosincrasia possa essere radicata anche nell’immaginario occasionale, selvaggio, poliforme del cinema di breve durata, fatto di sperimentazione, latenza produttiva e libertà congenita. Anzi, proprio il fatto che appaia disseminata, sotto gli aspetti più disparati, anche nell’area del corto, priva di istituzioni o condizionamenti, dimostra quanto profonde possano essere le sue radici. E’ un’ossessione più forte della scelta di un genere (commedia o horror, dramma psicologico o apologo assurdo), si incarna in qualsiasi spazio (una casa come una metropolitana, un cortile come un quartiere), si adatta a qualsiasi linguaggio (a quello dell’incubo e del sogno come a quello documentario, al piccolo realismo domestico come alla fantasmagoria d’animazione). La reclusione, spesso volontaria, sembra perlopiù il mezzo per affermare una drammaturgia ambigua e a tratti sofferta attraverso cui porre un problema senza soluzione: le quattro mura (reali o metaforiche) sono un esclusione di tutto ciò che non si può accettare o modificare, o una condizione imposta da qualcuno o qualcosa contro cui è inutile opporsi? Lo spazio chiuso è un riparo o una prigione, l’unico luogo dell’onnipotenza dell’immaginazione o la tana in cui si rimane bloccati per sempre da un assedio perenne? L’ambiguità di questa scena è testimoniata dall’ambivalenza in cui essa spesso è collocata: un mondo che si rivela uno studio televisivo (Ketchup), un campo da gioco che è anche il cortile di un luogo kafkiano di detenzione (The Pit), una casa dell’infanzia che si trasforma nell’antro di una mamma-strega che condanna il figlio alla prigionia dell’oblio (No, mamma no), una rassicurante camera da letto che si rivela l’orlo di un baratro (Dimmi qualcosa di te); ma anche una periferia che risulta più soffocante e costrittiva della più angusta delle stanze (Rea! Falchera). Confinati tra una sala da pranzo e un balcone, esiliati in una villa o in un ascensore, gli sguardi e i personaggi di questo cinema frammentato, allusivo, ora sarcastico, ora minacciosamente allegorico, ripetono nelle inquadrature strette, nelle profondità limitate, nelle scenografie elementari e ricorrenti, questo mito di amore e terrore per gli spazi chiusi che scorre nelle profondità del cinema italiano delle ultime stagioni.

Film

  • No, mamma no, da 80 metri quadri di Cecilia Calvi
  • Binari di Carlotta Cerquetti
  • La casa fuori misura di Giulia Ciniselli
  • Cani di Daniele Ciprì, Franco Maresco
  • Call Me di Emanuele Crialese
  • Claudia di Emanuele De Vincenti
  • The Pit di Gianluca Di Re
  • Real Falchera di Giacomo Ferrante, Renato Ricatto, EnricoVerra
  • Opinioni di un pirla di Agostino Ferrente
  • Nell’acqua di Dante Majorana
  • Doom di Marco Pozzi
  • Sell Your Body, Now di Marco Puccioni
  • La uccido? di Fabian Ribezzo
  • La parola ai morti di Cesare Romani
  • Ketchup di Carlo A. Sigon
  • Sotto le unghie di Stefano Sollima
  • Dimmi qualcosa di te di Gianluca Tavarelli
  • La sveglia di Marco Turco

L'identità italiana nel cinema

di Mario Sesti

Francesca Archibugi e Paolo Virzì hanno scelto Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti. Cosa significa raccontare al cinema e in che modo è possibile con immagini e suoni dare voce ad un narratore sul grande schermo? Cosa significa dare una struttura ad una narrazione? E in che modo la sceneggiatura e la scelta e la direzione degli attori, il montaggio e lo stile visivo finiscono per darle una forma? Quando si scrive un film, di fronte al computer (o alla macchina da scrivere) o con la macchina da presa sul set? O in sala di montaggio? Come si fa a scegliere di mostrare qualcosa e di non farne vedere un’altra? Qual è il segreto di quel rapporto inconfondibile e impalpabile che si stabilisce tra una storia di finzione e la realtà di tutti i giorni, il mondo concreto che ci sembra spesso assai diverso da quello delle storie? E un film, può essere del tutto assimilato ad un romanzo? Grazie all’arte di uno degli autori più grandi del cinema italiano nella costruzione dei personaggi e nell’articolazione di un racconto, autore di celebri e personali trasposizioni della letteratura nel linguaggio del cinema, due registi che dal Grande cocomero a Ovosodo hanno mostrato di saper raccontare la nostra realtà contemporanea, proveranno ad affrontare, e a raccontare, la difficile, faticosa e insostituibile ricerca di una storia, di personaggi e della forma più giusta per dar loro vita sullo schermo. Marco Bellocchio e Mimmo Calopresti parleranno dell’Avventura di Michelangelo Antonioni. Si può riprendere con la macchina da presa ciò che non si può comunicare con le parole? E quali sono le armi e le tecniche di cui si deve essere provvisti per farlo? Fino a che punto è possibile provocare un’esperienza, l’azione o il movimento di un corpo, l’emozione di un personaggio per poterla trascrivere in un’immagine? Si può fare a meno di una storia chiusa e completa per realizzare un film? E in che modo la composizione di un’immagine, l’uso di un paesaggio, la successione di una serie di inquadrature, possono rivelare più di una analisi psicanalitica o di un saggio? E più importante conoscere profondamente la realtà di ciò che si racconta, aver previsto qualsiasi contrattempo prima di arrivare sul set o lasciare la porta aperta ad ogni evento imprevedibile? Bisogna lasciare gli attori nell’incertezza o assicurarsi che conoscano tutto del proprio personaggio? Grazie ad uno dei film più decisivi della modernità del cinema, girato in condizioni avventurose come il suo titolo, aperto all'ambiguità del malessere e degli stati d’animo come a quella del proprio finale, il regista che ha cercato negli ultimi anni di rappresentare con le immagini ciò che non ha raggiunto ancora la coscienza, Marco Bellocchio, e un giovane regista formatosi invece nel documentario, dialogheranno sul cinema come ricerca di uno spazio, di un’immagine o un evento da catturare e registrare per sempre.

Film

Omaggio a Marco Bellocchio

Anteprima

Per Zavattini

di Giacomo Gambetti

La figura di Cesare Zavattini (1902-1989) è una di quelle a cui si pensa nei momenti difficili della convivenza civile. Sono presenti, nella società contemporanea, uomini -non molti!- ai quali si ricorre come punti di riferimento sociali e culturali, uomini -da non confondere con gli attori cui viene richiesto di parlare di sport, con gli sportivi sollecitati a esprimere opinioni politiche, con cantanti che dovrebbero analizzare la crisi dei Balcani...- che per maturità, esperienze, ampiezza di vedute, prospettive umane e acutezza, originalità, vastità di pensiero sono in grado di aiutare a capire e a vivere. Altri, invece, non sono più fra noi, ma si continua a pensare a loro, ipotizzando le opinioni: “se oggi ci fosse... cosa direbbe di fronte a questo avvenimento? come si comporterebbe in presenza di quello che accade?”, e così via. Cesare Zavattini è uno di loro, uno di questi punti di riferimento. Nei dieci anni intercorsi dalla sua scomparsa (il 13 ottobre 1989) sono successe molte cose, nella nostra vita politica e culturale (e cinematografica), in presenza delle quali è venuto spesso spontaneo domandarsi “adesso che cosa direbbe Cesare, che cosa scriverebbe, farebbe...”. Le migliaia e migliaia di pagine, fra soggetti e sceneggiature realizzati e no, prefazioni, articoli, conferenze, pagine di diario, di libri, di interventi radiofonici e televisivi e di altro ancora autorizzano molte esigenze, molte curiosità, molti interrogativi destinati purtroppo a rimanere insoddisfatti. Interrogativi che si riferiscono non soltanto alle opere di cui si sarebbe potuto arricchire un catalogo già amplissimo, ma proprio al pensiero, a quel famoso “pensiero”, alla riflessione sulla crisi del pensiero che è stata una delle sue ultime e più originali: “[...] e allora, guarda, come ti ho già detto, la crisi che viviamo non è la crisi del cinema -ecco, questo mi fa delle volte sorridere- o la crisi della televisione o la crisi della pittura, è una crisi molto più profonda, complessiva, è la crisi del pensiero umano. Il pensiero ha di fronte dei mezzi che sono pronti a fare degli scatti, a bruciare i tempi, ma non li adopera, non li adopera perché c’è nella sua, diciamo così, costruzione di pensiero una impossibilità di servirsene, perché questo pensiero è sempre un pensiero dei pochi che infor: mano i molti. E nel cinema, se tu ci badi non c’è una vera forza di trasformazioni veramente tale quanto invece il mezzo ha — in sé [...]” (1980). Non a caso l’unico film cui Zavattini abbia posto la firma, nella regia, è intitolato La veritàaaa... con altre a dopo quella ufficiale. Adriaticocinema vuole rendere omaggio? una personalità internazionalmente nota? stimata, come quella di Zavattini, che onora il nostro paese, nella memoria delle grandi opere e delle opere meno note ma non meno significative che la sua intelligenza e le sue intuizioni hanno realizzato, in un continuo impegno a favore della dignità dell’uomo.

Film

Regia mundi

Come i primi operatori Lumière, mandati ai quattro angoli del mondo per registrare

le immagini che il nuovo dispositivo,

il cinematografo, consentiva finalmente

di riprodurre dopo averle catturate

per sempre, Emanuele De Vincenti ha

realizzato nel giro di poche stagioni dei

video che tra l’India e Hong Kong, tra

Asia e l'Europa, sembrano intenzionalnente

riprodurre quel fenomeno che ha

‘ostituito gran parte del fascino e della

seduzione del cinema sin dai bagliori dela

sua storia: il segreto dello spettacolo

li vedere persone completamente divere

da noi, in un luogo remoto ed estraeo,

immersi in affari e culture che ci

ppaiono lontanissimi, eppure, come noi,

oggetti alla stessa inesorabile legge del-

> scorrere del tempo, delle variazioni

cidentali e incontrollabili della luce,

=Ilo spostamento o della quiete dei corche

determinano la scena di uno sguar-

>. All’opposto di come sarebbe stato

aborato decenni dopo dalla critica ci-

:matografica più ambiziosa, lo sguar-

», all’inizio del cinema, annullava comatamente

l’idea che dietro di esso poise

annidarsi un soggetto, una mente,

a coscienza o addirittura un autore 0

artista. De Vincenti sembra proprio

ler riprodurre -con una radicalità che

1 ha molti rivali negli ultimi anni- quelsguardo

che vanifica completamente

‘ronome “io” identificandosi sempliaente

con una visione senza corpo.

Una lettura provocatoria e quasi politica:

e se fosse la reazione più pura

all’autobiografismo che è stato da tantissime

voci imputato al cinema italiano

degli ultimi anni? AI posto di un autore,

una lente. O, addirittura, un cavalletto:

“Il modo stesso in cui impugno la telecamera

— dice — mi porta ad una modificazione

della respirazione, comprimo il diaframma

e di conseguenza modifico il mio

respiro che ne viene alterato”. La ripresa,

costringendo l’operatore ad una immobilità

prolungata e ad un respiro alterato,

induce uno stato di trance. Nelle

installazioni video che proponiamo quest’anno

(e che immaginiamo possano essere

colte come degli oblò su un pianeta

sconosciuto, come se il festival fosse un

mezzo mobile, un risciò, una metropolitana,

un immenso scompartimento: sono

le stesse situazioni in cui sono state realizzate),

questa esperienza si presta ad

essere seguita per un istante fugace o

anche per tutta la durata ipnotica dello

sguardo che le ha registrate. Ci si può

passare davanti come di fronte al riflesso

di una vetrina, oppure fissarsi di fronte

ad esse a fantasticare come davanti al

finestrino di un auto o di un treno in corsa.

C’è dentro di esse un’idea, misteriosa

e fortissima, che apparteneva al cinema

delle origini: che basti mettere la macchina

da presa di fronte ad uno spazio,

per un certo periodo di tempo, perché lo

spettatore avverta la regia incessante,

Le stanze di Alfredo

Quarant'anni con La grande guerra

Quarant'anni con La grande guerra

Testimonianze

Critiche

Cattolica: il cinema internazionale

Il cinema internazionale

Premio Vela d’oro opera prima / Festival dei festival / Premi Fipresci

Il premio Fipresci

Scuole di cinema

Il noir oltre i classici

Ben-Hur

Le mani femminili sulla commedia

Festival: un mercato parallelo

Premio Gran giallo

Premio Cinearti-La chioma di Berenice

Rimini: i mestieri del cinema

Attività permanenti: idee per un laboratorio